RICONOSCERE E NOMINARE LA VIOLENZA

29-04-2026

Tra i numerosi partner che sostengono Responsability TWO, progetto promosso dall’associazione Senza Violenza e finanziato dalla Regione Emilia-Romagna nell’ambito del bando per la promozione delle pari opportunità e il contrasto delle discriminazioni e delle violenze di genere, Open Group rappresenta una delle voci del privato sociale e in particolare l’interesse di questo contesto a sviluppare competenze nel lavoro di contrasto della violenza che affianchino, alla prospettiva più diffusa della protezione delle donne e delle loro figlie e figli che ne sono vittime, quella della responsabilizzazione degli uomini che ne sono autori. Il punto di convergenza è come portare l’attenzione sui meccanismi di invisibilizzazione della violenza, a partire dai rischi di rivittimizzazione messi in atto sia da chi lavora nei servizi, sia da chi a essi si rivolge con una domanda, esplicita o implicita, di aiuto. Minimizzare, eufemizzare, patologizzare, naturalizzare la violenza sono meccanismi culturali che impediscono di vederla e quindi di organizzare qualsiasi intervento. Per misurarsi più concretamente con questi meccanisimi, venerdì 24 aprile si è svolto al CAS di Vidiciatico un laboratorio del progetto Responsability TWO. L’obiettivo principale di queste occasioni di sensibilizzazione è quello di cominciare a nominare insieme la violenza per spostare il carico del riconoscimento da una dimensione puramente personale a una collettiva. L’esperienza maturata da Senza Violenza ha reso evidente che l’esercizio di riconoscere e di nominare la violenza fatto nel gruppo aiuta a scoprire a vicenda i meccanismi di invisibilizzazione più ricorrenti e a incoraggiarsi reciprocamente a dare nome e gravità a comportamenti che non possono più essere negati o giustificati. Con Letizia Lambertini e Gabriele Pinto, nel ruolo di conduttrice/tore, gli ospiti e le ospiti del CAS si sono lasciate/i guidare in una condivisione di parole, significati, esempi e memorie. È stata un’occasione di dialogo molto intensa e paritetica nella quale abbiamo cucito, invece che tagliare, le storie di violenza che ci accomunano. Se è vero che, come ci dice l’OMS, una donna su tre ha subito almeno una violenza, fisica o sessuale, nell’arco della sua vita e che, molto probabilmente, una su due è stata vittima di violenza psicologica (che è l’humus di tutte le violenze); e se questi dati, rispecchiati sugli autori, possono fare desumere quello di un uomo su quattro a sua volta coinvolto in qualità di autore, si tratta evidentemente di un problema che ci riguarda tutte e tutti molto da vicino. Per non parlare dei privilegi e delle discriminazioni che connotano le storie di ogni uomo e di ogni donna segnando, nelle aspettative, nei percorsi di vita, nei ruoli, linee di demarcazione spesso insormontabili. È quello che il laboratorio ha reso evidente. Tutti/e sapevano bene di cosa stavamo parlando. Per ogni forma di violenza nominata (fisica, sessuale, psicologica, economica, materiale…) c’erano semplici spiegazioni, accenni alle storie quotidiane, domande… e dopo un inizio un po’ timoroso la condivisione è stata molto coinvolta e coinvolgente. In conclusione abbiamo scritto insieme le frasi scelte dalle e dagli ospiti per dire no alla violenza. Diventeranno dei cartelloni che presenteremo in un’iniziativa pubblica che sarà organizzata con il Comune di Lizzano in Belvedere in autunno e che rimarranno sulle pareti del CAS per ricordare a chi ci abita e a chi ci abiterà che nominare la violenza ci aiuta a riconoscerla e a eliminarla.

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