TESI DI LAUREA

31-03-2026

Sono alcuni anni che Senza Violenza contribuisce alla realizzazione del laboratorio sulla violenza di genere della professoressa Francesca Mantovani, coordinatrice del Corso di laurea in Servizio Sociale del Dipartimento di Sociologia e Diritto dell'Economia dell'Università di Bologna. Un'occasione importante di confronto con chi si sta formando a una professione cruciale nell'indirizzo ai percorsi trattamentali degli uomini autori di violenza.

Negli ultimi due anni sono state sei le tesi che, a partire da questa esperienza, si sono svolte, in parte o totalmente, sull'esperienza di lavoro con uomini autori di violenza e che hanno coinvolto Senza Violenza per approfondimenti e interviste a operatori e operatrici.

Con il consenso della sua autrice, Anna Castagnola, condividiamo il prologo di una di queste che restituisce significativamente, a nostro parere, il senso del lavoro che svolgiamo. Il titolo della tesi, Allargare lo sguardo: il ruolo dei centri per uomini autori di violenza nel sistema territoriale di prevenzione e contrasto alla violenza. L'esperienza del Centro Senza Violenza di Bologna, esprime già nelle prime parole l'intento che caratterizza il lavoro di responsabilizzazione degli uomini, quello di guardare oltre le vittime perché non siano ancora loro a doversi fare carico dell'onere di sottrarsi alla violenza. 

A dicembre 2024 ho partecipato a una lezione in università in cui era stata invitata Giuditta Creazzo, cofondatrice e coordinatrice del Centro per Uomini Autori di Violenza - Senza Violenza. Ci ha parlato del lavoro del CUAV, del senso dei percorsi con gli uomini, dei dati, del principio di responsabilizzazione maschile. Più procedeva e più sentivo come un muro crollare a lato dei miei occhi e lo sguardo che si allargava. Mi sono chiesta come fosse possibile che, in anni di letture, attivismo e volontariato nell’ambito del contrasto alla violenza di genere, non mi fossi posta la questione di “cosa fare con gli uomini che agiscono violenza”. La tutela delle donne è imprescindibile: salva vite, protegge, ricostruisce. Ma non riduce il fenomeno, non interviene sull’origine del problema. Tampona, ma la ferita continua a prodursi. La violenza domestica e di genere è un problema degli uomini, non delle donne, questo già lo sapevo e lo credevo profondamente. Eppure, non avevo mai immaginato una risposta che non fosse esclusivamente detentiva e protezionistica, mai avevo pensato che fosse una possibilità intervenire con gli uomini. Mentre ascoltavo, mi si è formata davanti agli occhi un’immagine: una stanza, al centro un uomo seduto su una sedia. Immobile. Intorno, il caos. Una donna esce di casa. Va al Pronto Soccorso. Racconta. Si ripete. Chiama il Centro antiviolenza. Chiama i Servizi Sociali. Va in Questura. Firma. Aspetta. Raccoglie documenti. Torna a casa. Fa una valigia per sé, una per i figli. In fretta. Chiude la porta. Casa rifugio: una stanza, tante regole. Chiama il lavoro. Chiede un permesso per violenza. Spiega, senza spiegare. Scrive alla scuola: i bambini non andranno per un po’. I figli non vedono più gli amici, non vanno al parco, non fanno sport. Tutto si interrompe. Centro antiviolenza. Colloqui. Moduli. Domande per il Reddito di Libertà. I fondi sono finiti. L’anno prossimo. Servizi Sociali. Liste d’attesa. Relazioni da scrivere. Valutazioni di rischio. Udienze fissate tra mesi. Avvocate che telefonano. Psicologhe che accolgono. Assistenti sociali che coordinano. Operatrici che si confrontano. Telefoni che squillano. Voci sovrapposte. La giustizia si muove lentamente. I tempi sono quelli che sono. Bisogna cercare una casa. Un affitto sostenibile. Ricominciare. Tutto è movimento. Frammentato e faticoso. Vite deviate. Al centro, l’uomo è ancora seduto. È stato lui ad avviare tutto. Tutto si è messo in moto, ma lui no. Lui non cambia casa. Non cambia lavoro. Non fa le valigie. Non chiede permessi. Non si sposta. Rimane lì. Fermo. Quell’immagine mi ha colpito per la sua sproporzione: il centro immobile e la periferia in tumulto. L’origine intatta e le conseguenze che si distribuiscono ovunque, tranne che su di lui. Lì ho iniziato a capire che, se non si interviene anche su quell’immobilità, continueremo a muoverci tutte intorno: affannate, competenti, generose, indispensabili, ma sempre intervenendo sulle conseguenze e non sulla causa. Ascoltando, ho aperto gli occhi su un nuovo problema, ma con esso si è manifestata anche una speranza nuova, che fino a quel momento non avevo neanche gli strumenti per immaginare. “In un’equipe multidisciplinare abbiamo fatto una formazione esperienziale: abbiamo messo in scena un agito violento attraverso tecniche di psicodramma. Ci siamo rese conto, tutte le professioniste che partecipavano, che dopo l’evento la vittima trovava un’operatrice, un’assistente sociale […] e il bambino trovava magari una professionista esperta in età evolutiva; mentre – nella messa in scena che avevamo fatto – rimaneva quest’uomo […] rimaneva solo nelle sue problematicità e nella sua incapacità di trovare dentro di sé degli strumenti per attivare cambiamenti. E così, alla fine della fiera, questo qua rimaneva l'unico – che tra l'altro è il protagonista principale dell'agito – che non faceva nulla, non riusciva nemmeno a farsi carico del fatto che il problema era il suo. Tra l'altro questa cosa io l'ho proprio anche vissuta sulla mia pelle. È stato tanto tempo fa, una donna vittima di violenza, era stata picchiata. Mi ricordo benissimo questa donna in urgenza. All'epoca mi occupavo io delle donne che entravano in casa rifugio. Questa donna, insieme alle sue due bambine, venne spostata, vista la gravità della situazione, in una casa rifugio fuori territorio. Questo successe il venerdì. La domenica della settimana dopo io accompagnai mio figlio a una partita di calcio. Davanti a me […] Io avevo capito chi era lui perché lei mi aveva fatto vedere le foto sui social. Avevo capito chi fosse, ed era bellamente a bersi le sue birre con gli occhiali da sole, il sole in faccia, a fare il tifo per la partita; e la moglie e le figlie in una condizione agghiacciante in casa rifugio. Quindi io lì ho pensato – al di là dell'ingiustizia – siamo qua, come Stato, a farci carico di mantenere una donna con due bambine, chiusa – rinchiusa – in una casa rifugio, mentre lui è qua a bersi le sue birre e a fare il tifo. Io ho sempre considerato la casa rifugio come il fallimento dello Stato, che non è in grado di intervenire sull'autore di violenza. Per fortuna le cose sono cambiate, ma non tantissimo […] stanno cambiando, ecco”. (Operatrice CAV)

Anna Castagnola, Allargare lo sguardo: il ruolo dei centri per uomini autori di violenza nel sistema territoriale di prevenzione e contrasto alla violenza. L'esperienza del Centro Senza Violenza di Bologna.

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